L’episodio evangelico più che la narrazione di un miracolo è una riflessione di un miracolo. Il camminare sulle acque era nell’antichità, un attributo di dei e maghi. E non a torto, il mare detronizza l’uomo dalla sua naturale regalità, lo costringe a non mantenersi eretto, a dover continuamente lottare per esistere. Chi cammina sulle acque erano i superuomini, ma il vangelo ci ricorda che i cristiani sono quelli che erano nella barca. Cosa vuol dire essere nella barca? Essere nella barca vuol dire aver rinunziato a poter disporre, in piena libertà ed autonomia e senza lottare, del proprio cammino e affidarsi ai venti e ai remi, per non andare in balia delle onde. Vuol dire essere costretto ad orientarsi con le stelle; a sentire continuamente, la vita come un dono e una conquista.
Il mare e la barca non conciliano riposi, ne concedono abbandoni. Che vuol dire allora, che il cristiano è nella baca? Vuol dire che il cristiano è chiamato a lottare continuamente per vivere…da cristiano. Non può vivere come gli altri, che vivano in casa, tutto casa e famiglia. Non può essere un cristiano da divano, diceva Papa Francesco. Deve accogliere il dono di Dio, come chi è in barca che accoglie il vento nelle sue vele. Fuori metafora: l’impegno della fede è un impegno che non consente abbandoni alle proprie sicurezze e che richiede abbandoni: l’abbandono fiducioso in Dio. Non consente abbandoni alle proprie sicurezze. Anche quelli chiamati e prescelti da Dio non sono esenti dal dover continuamente lottare per la fede. Anche Pietro, il futuro capo, vacilla: è lui il vero prototipo del cristiano: con una fede entusiasta, ma insufficiente.
Buona domenica!
Don Leonardo




