vangelo 1La festa è vera quando è anche per gli altri, quando serve a stabilire relazioni, quando è un vero dono. Acquista così un sapore più forte, come ci racconta la parabola del Vangelo di oggi, il rifiuto di coloro che decidono di non andare alla festa per il figlio del Re. In fondo il Vangelo ci mette davanti la delusione di un uomo che voleva far festa, che era pronto a condividere qualcosa di suo e che invece ha trovato il rifiuto come risposta.

Il Padre che organizza una festa per le nozze del figlio deve viversi tutta la frustrazione di un rifiuto inaspettato. Alcuni hanno il coraggio di dire no e altri ci vanno ma non hanno il vestito adatto, ci stanno in modo inopportuno. San Agostino nel discorso che commenta questo passo del Vangelo, si chiede come mai i servi non si sono accorti in precedenza della presenza di quest’uomo che non indossava l’abito nuziale e si chiede altresì come mai se ne accorge solo il Re quando passa di persona nella sala. Ne conclude che deve trattarsi non di un abito esterno, che sarebbe stato visibile anche ai servi, ma di un abito interiore. Per Agostino quell’abito è la carità! C’è qualcuno che si sforza di andare alla festa, ma nel cuore ha la guerra: non si può prendere parte alla festa con il cuore pieno di sentimenti di rancore e di invidia. Da sempre Dio ha preparato per noi una grande festa (cfr Is 25,6-10). Ciascuno di noi è invitato. Allora chiediamoci se stiamo indossando l’abito nuziale, l’abito della vera carità, per stare con cuore sincero dentro questa festa.

Buona Domenica
Don Leonardo 

amadioeilprossimoQuando Gesù nel Vangelo presenta il programma decisivo della sua missione scandalizza non soltanto il mondo ma dapprima la Chiesa. Parla della sua morte in croce. La Chiesa è composta di uomini, i quali tutti vorrebbero sfuggire al dolore quanto possibile. Tutte le religioni fuori del cristianesimo corrispondono a questo programma: come l’uomo può sfuggire al dolore: mediante lo stoicismo, mediante la salvezza della ruota delle reincarnazioni, mediante l’immersione nella meditazione…?

Cristo al contrario è diventato uomo per soffrire e ha sofferto più di tutti. Chi glielo vuole impedire è per lui uno che lo contraddice. E a costui non capita di sentire: rallegrati perché io soffro per te, ma: prendi tu stesso la tua croce, per mio amore a vantaggio dei tuoi fratelli, per la cui salvezza bisogna soffrire. Non esiste altra via di salvezza tranne che me stesso. La tua salvezza non consiste nel liberarti dal tuo io, ma nell’offrire di continuo il tuo io per gli altri, il che non avviene senza dolore e croce.

Buona Domenica!
Don Leonardo

Ma, dopo avere studiato ben bene, dopo avere tolto Gesù dalla nebbiolina della leggenda e della devozione, ci troviamo necessariamente a doverci schierare. Non facciamo i turisti, quando abbiamo a che fare col Signore, prima o poi la domanda birichina, secca, asciutta, raggiunge il nostro cuore. Chi sono io per te? È una domanda che ci viene rivolta personalmente, senza possibilità di fuga. Ci mette all'angolo, stana le nostre presunte certezze, ci obbliga a svestire i panni dello scettico o del saputello e ci inquieta, nel profondo. Chi è per me Gesù? Questa è la domenica della domanda.

Due parole simbolo dominano nel Vangelo di oggi la risposta di Gesù alla confessione di fede di Pietro: la parola simbolo della roccia e quella della chiave. Tutte e due le immagini hanno la loro origine nell’Antico Testamento, vengono riprese nel Nuovo Testamento e, come mostra il Vangelo, finalmente applicate alla fondazione di Gesù Cristo.

VANGELO 23 agosto bisPrima la roccia: molte volte nei salmi Dio stesso viene chiamato roccia. “Da Dio mi viene l’aiuto, egli solo è la mia roccia” (Sal 62,3), fondamento cioè, a cui ci si può affidare 

completamente. “La roccia però era Cristo” è scritto nella 1Cor 10,1. Senza rinunciare a questa proprietà, Gesù ne fa parte a Simon Pietro: “Tu sei la roccia su cui voglio costruire la mia Chiesa”. Nella proprietà della roccia si trova già il secondo simbolo: i pieni poteri, significati mediante la consegna delle chiavi a un servitore del re e del popolo. “Le chiavi della casa di Davide” sono come una croce o di sicuro come una responsabilità che pesa. Si tratta di pieni poteri.

Nel Nuovo Testamento è Gesù “che ha la chiave di Davide”. Ed ora Cristo all’uomo Pietro, su cui viene costruita la Chiesa, dà parte a questo potere delle chiavi che arriva fino al cielo. Dobbiamo bene osservare che sia nell’AT e presso Cristo e Pietro sempre una persona del tutto determinata riceve questa chiave. Nessun altro può costruirsi una chiave sostitutiva che potesse anche aprire e chiudere. Ciò vale anche per tutti quelli che partecipano al ministero sacerdotale derivato dagli apostoli: in una comunità solo il parroco insediato (e i suoi collaboratori sacerdotali) ha la chiave, che egli non può prestare a nessuno e dividere con nessuno. Egli può distribuire compiti e “ministeri”, ma non lui è costruito sulla roccia della comunità, bensì la comunità, una parte della Chiesa, sulla roccia di Pietro, a cui hanno parte tutti i ministeri sacerdotali.

Buona Domenica!
Don Leonardo

soccorsi migrantiL’episodio evangelico più che la narrazione di un miracolo è una riflessione di un miracolo. Il camminare sulle acque era nell’antichità, un attributo di dei e maghi. E non a torto, il mare detronizza l’uomo dalla sua naturale regalità, lo costringe a non mantenersi eretto, a dover continuamente lottare per esistere. Chi cammina sulle acque erano i superuomini, ma il vangelo ci ricorda che i cristiani sono quelli che erano nella barca. Cosa vuol dire essere nella barca? Essere nella barca vuol dire aver rinunziato a poter disporre, in piena libertà ed autonomia e senza lottare, del proprio cammino e affidarsi ai venti e ai remi, per non andare in balia delle onde. Vuol dire essere costretto ad orientarsi con le stelle; a sentire continuamente, la vita come un dono e una conquista.

Il mare e la barca non conciliano riposi, ne concedono abbandoni. Che vuol dire allora, che il cristiano è nella baca? Vuol dire che il cristiano è chiamato a lottare continuamente per vivere…da cristiano. Non può vivere come gli altri, che vivano in casa, tutto casa e famiglia. Non può essere un cristiano da divano, diceva Papa Francesco. Deve accogliere il dono di Dio, come chi è in barca che accoglie il vento nelle sue vele. Fuori metafora: l’impegno della fede è un impegno che non consente abbandoni alle proprie sicurezze e che richiede abbandoni: l’abbandono fiducioso in Dio. Non consente abbandoni alle proprie sicurezze. Anche quelli chiamati e prescelti da Dio non sono esenti dal dover continuamente lottare per la fede. Anche Pietro, il futuro capo, vacilla: è lui il vero prototipo del cristiano: con una fede entusiasta, ma insufficiente.

Buona domenica!
Don Leonardo

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2 giugno, Festa della Repubblica Italiana

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Le Campane della Basilica in un articolo del prof. Gino Angiulli

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il dotto Domenico Morea "illustrato" dal dir. Modesto Cammisa